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BDS - Discriminazione contro Israele

Il movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) nasce da un appello lanciato nel 2005 da  numerose associazioni palestinesi allo scopo di isolare lo Stato d'Israele nella comunità internazionale. 

BDS discriminazione contro Israele

Definito come stato criminale, Israele è comparato al Sudafrica dell’apartheid, e il movimento BDS mutua lingua e metodi di lotta civile adottati negli anni ’70 e ’80 contro il regime segregazionista sudafricano. 

Dal 2005 l’appello lanciato dalle ONG palestinesi è stato poi accolto da numerose associazioni in tutto il mondo, facendo del BDS un movimento mondiale contro Israele. 

L’impostazione ideologica e visione politica del movimento presuppone che Israele sia uno stato ontologicamente criminale: sorto da un crimine commesso contro i palestinesi, sviluppatosi come stato razzista e perpetratore di crimini di guerra e contro l’umanità. 

La raffigurazione dello Stato di Israele come risultato di espropriazioni, espulsioni e pulizia etnica si fonda su una distorta rappresentazione della Guerra del 1948-1949, che deliberatamente propone l’esistenza di un fantomatico piano ebraico-israeliano di eliminazione della popolazione araba dell’epoca. 

Di lì in poi, la raffigurazione dello Stato di Israele come stato ontologicamente razzista, poiché Stato ebraico, non contempla in nessuna parte la realtà, fondata sulla coesistenza di diversità religiose, etniche, linguistiche e culturali, così come sulla tutela delle minoranze. 

Le accuse a Israele prescindono dalla effettiva partecipazione della popolazione araba alla vita dello Stato e non si fondano su concrete proposte per la tutela dei diritti della minoranza araba, o per il raggiungimento di un accordo tra israeliani e palestinesi, ma si trasformano in armi che mirano alla demonizzazione e alla discriminazione di Israele e alla delegittimazione della sua esistenza in seno alla comunità internazionale. 

In altri termini, attraverso l’uso del diritto internazionale e la distorsione della storia, il movimento del BDS propone la discriminazione d'Israele come un atto di giustizia, mirando alla delegittimazione della sua esistenza quale Stato ebraico e democratico e del suo fondamento politico: il sionismo. 


Origini e ideologia del BDS 

L’inizio della guerra diplomatica contro Israele si può rinvenire nella risoluzione ONU 3379 del 1975, che equiparava il sionismo a razzismo. 

Approvata dal blocco dei Paesi islamici con l’appoggio dell’Unione Sovietica, tale risoluzione segna l’inizio della delegittimazione di Israele come stato ebraico, quale strategia politica in seno alle organizzazioni internazionali, che rielaborava la lotta contro il colonialismo e l’imperialismo in funzione anti-israeliana. 

Con la fine della Guerra Fredda e il ritiro della risoluzione nel 1991, la guerra diplomatica contro Israele si è evoluta nell'argomentazione sui diritti umani, concretizzatasi nella cosiddetta “strategia di Durban” che ha fatto dell’isolamento e la discriminazione di Israele il fine politico della giustizia internazionale. 

Di qui si evolve il BDS come movimento sociale, il cui intento politico è la delegittimazione di Israele, e si presenta con il linguaggio dei diritti umani come mezzo di giustizia per i palestinesi e come soluzione al conflitto arabo-israeliano. 


La strategia di Durban 

Negli anni ’90 sorge nella comunità internazionale un terzo agente, oltre a Stati e organizzazioni, che è destinato a modificare il modo di concepire le relazioni diplomatiche in generale: le organizzazioni non governative (ONG). 

In conformità a un mandato ideologico, politico o religioso, le ONG perseguono fini umanitari e pacifisti, elaborando progetti di diritti umani, sviluppo economico e assistenza umanitaria in aree di crisi. 

La presenza delle ONG in aree politicamente sensibili ha assunto un’importanza fondamentale nella concezione dei diritti umani e degli aiuti umanitari, divenendo spesso un agente mediatore tra la popolazione beneficiaria e l’organizzazione finanziatrice dei numerosi progetti che mettono in pratica la politica di sviluppo di Stati e organizzazioni internazionali. 

Nel mondo delle ONG, il rapporto con Israele e il sionismo si è sempre espresso con il linguaggio dei diritti umani, ma ha origini ideologiche. 

La costante condanna di Israele, che contribuisce alla sua rappresentazione quale Stato criminale, è la conseguenza di una strategia politica, formulata durante la Conferenza Mondiale contro il Razzismo e la Xenofobia, organizzata a Durban nel 2001 sotto l’egida dell’ONU. 

Con l’intento di riunire le ONG da tutto il mondo per discutere di un’agenda politica contro il razzismo, la conferenza di Durban si è trasformata in un teatro di antisemitismo e antisionismo.  

Nel documento finale della conferenza si legge: “Dichiariamo che Israele è uno stato razzista e uno Stato di apartheid, il cui metodo di apartheid è un crimine contro l’umanità”. 

L’associazione di Israele al Sudafrica dell’apartheid è funzionale alla delegittimazione dell’esistenza di Israele quale stato-nazione degli ebrei e per questo motivo presumibilmente razzista verso i cittadini non-ebrei. 

Segue poi la descrizione di Israele come Stato criminale, che è conseguente all'intento di delegittimazione di Israele: “...richiediamo la fine immediata della sistematica perpetrazione di crimini razzisti, compresi crimini di guerra, atti di genocidio e pulizia etnica”. 

Infine, viene formulata la strategia di isolamento di Israele in seno alla comunità internazionale, da cui consegue il BDS e l’appello alla discriminazione di Israele: “...richiediamo alla comunità internazionale di imporre una politica di completo e totale isolamento di Israele quale stato di apartheid”.

Come si comprende da questi documenti, la retorica anti-colonialista degli anni ’70 e ’80, che serviva a dipingere Israele quale stato imperialista, si è poi evoluta in una retorica giuridica che elabora la grammatica dei diritti umani in una politica anti-israeliana, divenuta con il BDS un diffuso movimento sociale. 

In epoca recente, le cosiddette “grassroots organisations”, organizzazioni che hanno un contatto diretto con la popolazione civile, hanno assunto una crescente importanza nelle relazioni internazionali, poiché mirano a rappresentare in maniera più diretta la popolazione civile. 

Nonostante gli obiettivi di queste organizzazioni siano la tutela dei diritti umani, lo sviluppo economico e sociale, e l’assistenza umanitaria, il modo di intendere gli interventi spesso dipende dalla loro visione ideologica che influisce sulle interpretazioni storiche e politiche delle finalità sociali per le quali sono preposte. 

Riguardo a Israele, numerose ONG che sono coinvolte nel conflitto arabo-israeliano, contribuiscono ad alimentare una visione politica del conflitto, che usa i diritti umani per avanzare un’agenda politica e non umanitaria. 

L’azione di molte ONG in seno alle organizzazioni internazionali nei periodi di conflitto militare è un esempio di come spesso le associazioni dei diritti umani agiscano secondo una visione politica e non giuridica, che influisce sulla percezione di Israele e del conflitto. 

Un esempio di tale fenomeno si è avuto nel corso dell’operazione militare “Margine Protettivo”, incominciata da Israele nel 2014 in risposta ai continui attacchi missilistici di Hamas sulla popolazione civile israeliana, in cui si è assistito all'intervento di numerose ONG, in seno al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, al solo fine di accusare insistentemente Israele di crimini di guerra. 

Queste stesse ONG, sulla base di rapporti costruiti su dati non verificabili e distorte argomentazioni di diritto, hanno avanzato la proposta di istituire una commissione d’inchiesta internazionale sui presunti crimini che Israele avrebbe commesso. 

Alla fine, le documentazioni fornite da tali organizzazioni si sono spesso rivelate fondate su analisi non professionali e dati non verificabili, formulate al solo fine di dipingere Israele come uno Stato criminale, mentre la richiesta di un’inchiesta conteneva in sé la condanna a Israele.

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