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La rinascita di Israele

La naturale metamorfosi della nazione ebrea.

Tel Aviv

Il 14 maggio 1948, alla proclamazione dello Stato d’Israele, tutto sembra avere un nuovo inizio. 

E di fatto, inizia una costruzione nuova, un progetto che si proietta nel futuro, alle spalle vi sono le macerie e la morte. 

La diaspora europea ha appena vissuto la sua ora più tragica, un’ora che è durata anni angoscianti, fino allo sterminio di milioni di persone. 

E fu sera e fu mattino, ricorda la Torah: se c’è mai stata una sera sulla Terra, una notte interminabile, è stata quella che precede il 1948.

E il mattino? Dove comincia, da dove lo si misura? 

C’è una continuità segreta, a cui spesso non si fa attenzione, tra il prima e il dopo Israele. 

Certo, la compagine moderna di uno Stato, l’esercito, l’infrastruttura politica, sembrano nascere come dal nulla. 

C’è una plasmabilità, nella vicenda israeliana di questi primi settantanni, sconosciuta a chi vive in Paesi dalle tradizioni antiche, dalle burocrazie secolari, cresciute strato dopo strato, regime dopo regime, negli stessi luoghi, spesso anche negli stessi edifici.

Il Sionismo, che è l’anima del nuovo Stato, si è posto l’obiettivo di rompere con il passato: un nuovo rapporto col territorio, un nuovo coraggio, l’esaltazione della volontà di difendersi, sono gli slogan del movimento. 

Basta con la sottomissione nata in due millenni di esilio, bisogna riprendere in mano il proprio destino e combattere per avere un posto tra le nazioni: con l’aratro e, se necessario, con il fucile. 

La novità di questo atteggiamento non cancella però un dato altrettanto importante, e se vogliamo restare al testo della Sacra Scrittura, il “giorno” di cui parliamo è uno solo, la sera e la mattina d’Israele sono legate l’una all'altra.

La fondazione dello Stato, nel 1948, riprende la storia dal punto in cui questa si era interrotta. 

Riprende cioè l’esistenza di una polis ebraica nell'unico luogo in cui questa è mai stata possibile, ovvero nella Terra d’Israele

Nell'immaginario israeliano, le rovine di Masada occupano ancor oggi un grande rilievo simbolico: i resti dell’insediamento, sull'altura che si affaccia sul paesaggio sconfinato del Mar Morto, servono come memoriale dell’ultima resistenza ebraica, durante la rivolta contro Roma, del 66-74. 

Qui si asserragliarono gli irriducibili, dopo che il Tempio di Gerusalemme era stato distrutto nel 70 e la capitale conquistata. 

A Masada, gli assedianti romani dovettero realizzare una lunga rampa offensiva, prima di poter catturare il forte, e proprio qui, per decenni, le reclute del moderno esercito israeliano venivano per la cerimonia di giuramento dopo il loro addestramento.

Si può discutere sulla costruzione di simboli identitari che segnano un passato comune, o che spesso lo costruiscono artificialmente, e si può accusare qualche volta di essere retorici, ma la sostanza non cambia: la continuità ebraica esiste, ed è documentata da una storia specifica, singolare.

Il fiume carsico, che dagli ultimi sussulti d’indipendenza del II secolo, porta dritto al 1948, scorre nascosto, ma non per questo meno eloquente. 

Dopo il 135 dell’era volgare, al tempo della nuova e nuovamente fallita rivolta anti-romana di Bar Kokva, il giudaismo ha abbandonato l’opzione politica; non per scelta, ma semplicemente perché questa non era più possibile: non si poteva vincere contro i Romani, non contro i Bizantini, non era possibile opporsi alla Persia, né al potere militare musulmano che, nelle sue varie forme, e con la breve interruzione crociata, è durato qui dal VII al XX secolo. 

È un abbandono che riflette i rapporti sul terreno, la capacità di mobilitare risorse, l’organizzazione militare.; non basta amare un Paese o ritenersi in diritto di autodeterminarsi, bisogna agire; ma gli ebrei, nella terra che ancora abitavano nel I e II secolo, semplicemente non hanno più potuto.

È per questo che il 1948 segna una ripresa almeno quanto un nuovo inizio; segna la ripresa del potere di autodeterminazione politica. 

Il progetto di una nuova nazione, le mutate condizioni internazionali, il post-colonialismo sono modi diversi per esprimere questo passaggio, dopo quasi due millenni di latenza. 

Ma cosa significa questo lunghissimo tragitto invisibile della polis ebraica? 

Ci sono vari modi per difendere un’identità collettiva, lo si può fare direttamente o indirettamente: una comunità può continuare ad abitare in uno stesso luogo, governarsi da sola, poi venir sottomessa, difendersi da chi la minaccia, oppure aprirsi, trasformarsi, assimilarsi. 

Il luogo è restato il medesimo, la comunità si è trasformata, talvolta è diventata irriconoscibile, ha cambiato fede religiosa, lingua, costumi, opinioni; talvolta i resti del passato sono evidenti talaltra paiono trascurabili. 

Se prendiamo una durata di due millenni, la continuità in presenza, negli stessi luoghi e in un paesaggio di fondo che non cambia, non significa necessariamente che la polis originale sia durata né che la primitiva identità sia intatta.

L’ebraismo, proprio per il suo lunghissimo non-potere politico, ha dovuto scegliere il metodo in assenza: è la storia della diaspora, in cui la determinante geografica è instabile, provvisoria, mutevole. 

Il luogo, la cornice svaniscono, si trasformano, di generazione in generazione, o più volte nella stessa vita. 

In queste condizioni, l’identità si lega ad altri ormeggi, le ancore ebraiche sono state, per lunghissimo tempo, l’osservanza dei precetti, la lingua, lo studio, la memoria della tradizione. 

Essere diversi, magari indicati a dito, cacciati, discriminati, ecco un altro confine, patito, sì, ma pur sempre tangibilissimo. 

I confini in assenza sono fisici ma anche mentali, o simbolici, la Terra d’Israele è stata ed è tuttora, anche per chi non vi abiti, una di queste frontiere assenti-presenti, mai riavuta, poiché riaverla era impossibile, sempre desiderata, poiché desiderarla era indispensabile.

Chi pensa che lo Stato d’Israele sia un’invenzione moderna, ultimo arrivato tra i nazionalismi del tardo Ottocento e del primo Novecento ha allo stesso tempo ragione e torto: ha ragione, poiché il Sionismo ha precise radici storiche e culturali, ma ha anche torto, giacché un’identità astratta permette di proiettare nella dimensione temporale ciò che le identità reali sperimentano nello spazio. 

La diaspora ebraica ha abitato Israele nel tempo, proprio perché non poteva farlo nello spazio, non che non ne avesse la volontà, non ne aveva il potere. 

Ma quando ha potuto riavere il luogo di questa dimora, ha ricominciato ad abitarlo spazialmente, e a far funzionare di nuovo la polis come entità, non più solo mentale e rituale, ma dotata dei suoi attributi di città-stato. 

Come ha scritto Theodor Herzl è la “Vecchia terra nuova”, il Paese è vecchio e nuovo: vecchio nello spazio e nuovo nel tempo, oppure nuovo nello spazio e vecchio nel tempo: ciascuno può scegliere quale significato dargli... dal 14 maggio di settant'anni fa.

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